Mal d’amore, parameci e formiche culaiole

L’ISOLA DEGLI ANIMALI

Gerald Durrell 1969

Questo che è appena trascorso, è stato un gran brutto inverno. Forse uno dei più bui della mia vita. Niente di che, stavolta non c’era nessuno che sarebbe dovuto morire da un giorno all’altro, non ero in attesa dell’ennesimo devastante intervento chirurgico, né minacce apocalittiche pendevano funeste sul capo di qualcuno dei miei cari. Banale, banalissimo mal d’amore… Ohi, ohi, ma che mal d’amore disperato! Che tunnel nero, che spirale d’angoscioso, insano: “Come lui nessun altro mai”! L’unica cosa che sono stata capace di fare per fuggire i deliri di una sindrome d’abbandono nella quale mi sono consumata fino al parossismo, é stata ficcarmi nei libri. Ne ho divorati a decine senza curarmi se contenessero storie speciali o se fossero o meno ben scritti. Mi è bastato che mi assorbissero. Mi é bastato che, come sbornie colossali, mi annebbiassero il cervello e chetassero, almeno momentaneamente, il suo ossessionante rimuginio.


“L’isola degli animali” l’ho scovato nel piano più alto della libreria, là dove conservo gelosamente vetuste robe mai lette e un tenero affetto per la carta ingiallita, per l’odore pregnante dei libri vecchi, per le pagine spesse che, lentamente, sbriciolano lungo il bordo l’inesorabilità del tempo che passa. Il libro sapeva di stantio come piace a me, ma la copertina, un collage mal riuscito di uccelletti senza cielo, non mi ispirava per niente. Stavo per riporlo e passare oltre invece, chissà perché, ho cambiato idea. Prima l’ho sfogliato ben bene, poi sono tornata alla seconda di copertina: Bla bla bla… episodi narrati con comicità… o qualcosa del genere. Caspita, dopo la menata della “Vita di Studs Lonigan”, di cui ho bramato la morte fin dalla seconda metà del primo capitolo, mi sono detta che della sana comicità era proprio ciò di cui avevo bisogno!


Durrel mi ha riportata indietro, mi ha ricondotta a una me stessa semplice, una me bambina. Quadrata, con i piedi per terra eppure sempre in volo. Ambiziosa, che avrei indossato un camice bianco e studiato da scienziata. Ingenua dei drammi che la vita riserva, quando il futuro é tutto soltanto aspettativa e il presente pura meraviglia. L’infanzia in cui tutte le cose attorno sono enormi e dopo, nel ricordo, paiono splendidamente sfocate in una nebbiolina pigra, come un sogno dai colori pastello.

Nella sua isola ricca di tesori e opportunità, sono rivissuta in Gerry. L’oliveto di Corfù era quello di nonno Tuto, dove correvo da piccina, dove tutto era fantastico… e la memoria, con rinnovata fantasia, é tornata negli antri cavi dei tronchi attorcigliati, chissà dimora di chi, costantemente invasi da ordinatissime file sinuose di perfide formiche culaiole. E il mare greco il mio Tirreno dove, tra gli scogli, cacciavo caparbiamente di ogni che, sotto il sole arroventato del primo pomeriggio. Di Gerry avevo anche la stessa pazienza incommensurabilmente curiosa, di seguire per esempio per ore e ore il lento spostamento di uno scarabeo che spinge indolente, attraverso chilometri di prato, la propria preziosissima pallina di sterco. E, come lui, a chiedermi poi ovviamente il perché.E quanto ho compreso le sue giornate trascorse ad osservare un insetto in uno stagno io, che a nove anni raccoglievo, nelle bottigline del succo di frutta, campioni d’acque stagnanti dal fossato dietro casa. Per la gioia di mamma e tata, li lasciavo qualche giorno su una mensola nella nostra cameretta, così che marcissero per bene, in modo poi da osservare al microscopio le corse pazze dei parameci. E che felicità quell’unica volta in cui vi trovai una vorticella!Esilarante la dissezione anatomica dell’enorme tartaruga putrefatta, nel bel mezzo del soggiorno. Comicissimi gli strepiti di Larry, così come quelli di tata quando, tra le sue bambole, scopriva i resti decomposti dei miei vermi sezionati. Si fosse immaginata quanto sarebbe potuta andarle peggio, se solo mi fossero capitate le medesime ghiotte occasioni occorse al piccolo naturalista!


Insomma, dopo tanta burrasca, questa lettura condita di spassosa ironia, mi ha miracolosamente restituito la risata colma di promesse che colorava le guance di quella secchioncella intrepida che ero da bambina. Nel suo pacato dipanarsi, l’estate di Gerry è stata una manna per il mio intelletto e, sicuramente, cioccolata fusa per i miei sensi.

 

Pisa, 30 Aprile 2017

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