LE ETA’ DI LULU’

Almudena Grandes 1989

I romanzi erotici sono quasi sempre libercoli di bassa caratura, per questo, pur essendone ghiotta, di solito mi accingo alla loro lettura con poca aspettativa. 
Per “Le età di Lulù” era stato diverso: aveva avuto un successo tale, da meritare la trasposizione cinematografica appena dopo la pubblicazione; i media ne avevano parlato talmente tanto che mi era parso che in qualche modo avesse fatto epoca nella letteratura di genere. Per questo motivo lo avevo acquistato colma di entusiasmo, impaziente di portarmelo a casa e fagocitarlo.
Che delusione!
La mia mezza me razionale, mi aveva drasticamente impedito di trovare alcunché di eccitante nelle vicende poco fortunate di una ragazzina trascurata dalla madre, abusata da un adulto che avrebbe invece dovuto proteggerla, e mai cresciuta lungo le strade dalle offerte perverse di una Madrid franchista, conservatrice e tradizionalista.
Molto altro aveva da offrire questo romanzo dalle tinte dure, ma di certo non fremiti delle reni. 
Senonché, quell’ultimo episodio dalla violenza inaudita, non avesse colpito a tradimento, piegandola ai suoi voleri, l’altra mia metà, quella che di razionale non ha assolutamente nulla, quella che è soltanto magma e segue le vie dissennate e sanguigne dello stomaco e del cuore. Sono masochista e non mi fu possibile esimermi dall’immedesimarmi nella protagonista: eccitarmi, di fronte alla descrizione del suo terrore, mi fu inevitabile.

Passò il tempo, passai ad altro. Finché mi accinsi ad essere ricoverata di nuovo in ospedale per subire il secondo intervento chirurgico. Sarebbe stato assai meno invasivo rispetto al precedente: sarebbe durato soltanto quattro ore, invece delle undici di quello innanzi e, stavolta, non era previsto il soggiorno nell’unità di terapia intensiva. 
Non ero preoccupata. Però rammentavo bene quanto, nella scorsa occasione, fosse stato traumatico il mio risveglio dall’anestesia. Prima di entrare in sala, avevo dato il consenso all’espianto degli organi. Be’, c’era il rischio di un’importante emorragia alla base cranica e, nel caso si fosse verificata, non avevo avuto la più pallida intenzione di rimanere in vita alla stregua di un vegetale. Avevo pensato che sarebbe stato sicuramente meglio se, da una mia disgrazia, qualcun altro avesse potuto trarre giovamento.
Tre giorni appresso, quando gli anestesisti avevano tentato di destarmi dal sonno sepolcrale indotto dai farmaci, un terrore inaspettato aveva allagato come olio gli albori della mia coscienza: ero lì distesa, immobile, inabile al più piccolo movimento, incapace addirittura di sollevare le palpebre. Forse i medici non si stavano accorgendo che ero ancora viva… Forse pensavano che me ne fossi andata, che fosse il caso di procedere all’espianto… Dovevo sforzarmi, dovevo far capire loro che c’ero, che stavo bene… 
Avevano impiegato una settimana a tirarmi fuori dal coma! Tanto mi ero agitata quando si accingevano a farlo, che ogni volta avevano dovuto sedarmi di nuovo, onde evitare che, con scatti inconsulti, sbattessi la faccia appena operata e mi facessi davvero del male.

“No, no”, elucubrai, “questa volta farò in modo che vada diversamente!” 
Supposi che, se mi fossi addormentata in balia di un potente eccitamento sessuale, probabilmente nello stesso stato d’animo mi sarei ritrovata al mio risveglio dall’anestesia. Stato d’animo che, speravo, avrebbe surclassato ogni remora, incertezza o paura del mio inconscio.
Sapevo che la mia pur fervida fantasia in quell’occasione non sarebbe stata sufficiente a farmi raggiungere il mio scopo, per estraniarmi completamente dalla realtà avevo bisogno di una lettura corposa. Scelsi allora l’episodio estremo narrato appunto nell’ultimo capitolo di “Le età di Lulù”. Lo lessi un paio di volte, tutto d’un fiato, poco prima che l’infermiere in turno mi venisse a chiamare. 
Quando arrivò il momento scesi con lui, in ascensore, fino al piano dove erano ubicate le sale operatorie: “Bimba, cos’è quel muso rosso? Stai tranquilla, non aver paura, il chirurgo è un tipo a posto e questo intervento è facile facile!”
Sorrisi tra me e me, e stropicciai tra loro le mani sudate, la vampa che mi saliva su da sotto non era certo dovuta alla paura. Se non avessi temuto che mi potesse distrarre, con quanto divertimento l’avrei confidato al mio premuroso accompagnatore!

Poco dopo la mascherina sulla bocca, un respiro, due, il buio. E poi una luce fatata, immediata una valanga nel ventre, un sospiro pago. Ero sveglia e colma di gioia: era già tutto finito. 

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